Perché si mobilizza: la sindrome da immobilizzazione
L'allettamento prolungato provoca la sindrome da immobilizzazione (o ipocinetica): un insieme di segni e complicanze che colpisce la cute (lesioni da pressione), l'apparato muscolo-scheletrico (perdita di forza, rigidità, contratture), quello cardiovascolare (trombosi, ipotensione ortostatica), il respiratorio e l'urinario, l'intestino, il metabolismo e la psiche. Per questo il paziente allettato va riposizionato circa ogni 2 ore e, quando possibile, mobilizzato precocemente: un anziano operato per frattura di femore va alzato dal letto già nei primi giorni, se indicato. Anche i pazienti a rischio di declino cognitivo vanno incoraggiati a muoversi.
- Mobilizzazione passiva: il movimento lo esegue l'operatore, il paziente non contrae volontariamente i muscoli. Attiva: il paziente partecipa. L'esercizio terapeutico mirato a una specifica disabilità è compito del fisioterapista.
- Prima di mobilizzare: verificare l'identità, spiegare la procedura per ottenere collaborazione, lavarsi le mani, controllare prescrizioni e precauzioni (drenaggi, cateteri, raccordi della tracheostomia), frenare le ruote e mettere il letto in piano.
- Se durante un trasferimento il paziente diventa pallido o ha vertigini: fermarsi, farlo sedere e avvisare l'infermiere. Dopo averlo messo seduto, si osserva se compare ipotensione ortostatica; per prevenirla lo si alza gradualmente.
- La prima mobilizzazione dopo un intervento chirurgico richiede la presenza dell'infermiere. L'OSS può alzare da solo per la prima volta solo una persona autosufficiente.
Le posizioni da conoscere
- Supina: sdraiato sulla schiena; un piccolo cuscino sotto le ginocchia evita l'iperestensione, l'archetto alzacoperte e la pedana prevengono il piede equino.